Dai primi predoni del Mediterraneo antico ai bucanieri dei Caraibi, passando per un’utopia egualitaria forse mai esistita in Madagascar: proviamo a capire perché le figura dei pirati, criminali per definizione, continuino da secoli a esercitare un fascino che nessun altro fuorilegge riesce a eguagliare.
C’è un dizionario, quello di Noah Webster, che nell’Ottocento definiva il pirata con la freddezza di un atto giudiziario: «un ladro d’alto mare, che si impossessa dell’altrui proprietà facendo ricorso ad aperta violenza; in particolare, chi per mestiere batte i mari a scopo di furto o saccheggio». Non c’è nulla, in questa definizione, che dovrebbe suscitare simpatia. Eppure, da secoli, il pirata occupa un posto speciale nell’immaginario collettivo, un posto che nessun altro criminale della storia — non il ladro di strada, non il bandito di campagna — è mai riuscito a conquistare con altrettanta continuità. Perché?
È una domanda che vale la pena porsi seriamente, senza accontentarsi della risposta facile (“perché fa avventura”). La pirateria, in fondo, è una delle forme di criminalità più antiche di cui abbiamo tracce storiche, quasi coeva all’omicidio stesso: appena gli uomini iniziarono a trasportare merci via mare, comparvero puntualmente individui pronti a intercettarle lungo la rotta. Eppure, a differenza di quasi ogni altra forma di crimine organizzato, quella della pirateria è una storia che continua a essere raccontata, romanzata, celebrata. Persino quando i suoi protagonisti, in vita, venivano considerati poco più che assassini senza speranza di redenzione.

Un mestiere antico quanto il commercio stesso
Il primo elemento da mettere a fuoco è che la pirateria non nasce come deviazione patologica di un ordine marittimo altrimenti pacifico: nasce insieme al commercio marittimo stesso, come sua ombra inevitabile. Ovunque nella storia si sia sviluppato un traffico regolare di merci via mare, è comparsa, a breve distanza, anche la figura di chi intendeva intercettare quel traffico a proprio vantaggio. Il commercio segue la bandiera, si dice. Ma il saccheggio, sia per terra che per mare, segue a ruota il commercio. Quasi fosse il suo prezzo strutturale, il pedaggio non scritto che ogni rotta commerciale ha dovuto pagare fin dall’antichità.
Il celebre ammiraglio britannico Henry Keppel, che nell’Ottocento diede la caccia ai pirati delle coste del Borneo al comando delle navi Dido e Meander, colse con un’immagine efficace la geografia stessa del fenomeno: «come i ragni abbondano negli angoli e nelle fessure, così i pirati spuntano ovunque un gruppo di isole presenti insenature e spiagge, condizioni favorevoli agli agguati, agli attacchi a sorpresa e alla fuga». È un’osservazione che vale tanto per il Mediterraneo dell’antichità quanto per i Caraibi del Seicento, per l’arcipelago malese dell’Ottocento o per le acque somale dei giorni nostri. La pirateria è, prima ancora che un fenomeno criminale, un fenomeno geografico, che si annida là dove la conformazione della costa offre nascondigli e vie di fuga.

Un delitto che richiede più coraggio di quanto si creda
Ma se la pirateria fosse soltanto questo — un’imboscata resa possibile da un’insenatura ben scelta — difficilmente avrebbe generato il tipo di fascino di cui parliamo. C’è qualcosa in più, ed è legato alla natura stessa del “mestiere”. Fare il pirata, a differenza di quanto suggerisce l’immaginario da cartone animato, richiedeva competenze multiple e spesso contraddittorie tra loro. Il capo di una banda di pirati doveva saper condurre una nave — spesso, agli inizi della propria carriera, un’imbarcazione malridotta e inadatta alla navigazione, finché non se ne procurava una migliore con la forza — attraverso tempeste e scontri armati. Doveva saper tenere a bada equipaggi indisciplinati, malati, spesso sull’orlo dell’ammutinamento. E infine, una volta a terra, doveva trasformarsi in una sorta di diplomatico, capace di negoziare un mercato dove piazzare il bottino senza farsi catturare.
Era, insomma, un mestiere che richiedeva molto più della semplice audacia o della perizia nelle armi. Richiedeva capacità di comando, resistenza fisica e psicologica, e un’attitudine quasi manageriale nella gestione di uomini e risorse in condizioni estreme. Non stupisce che, nella cappella riservata dalla storia ai suoi eroi più controversi, compaiano non pochi pirati. Individui che, giudicati in vita alla stregua di criminali senza scampo, sono stati in seguito reinterpretati come figure quasi leggendarie. Capaci di imporsi su un mondo — quello del mare aperto — che a tutti gli altri appariva ingovernabile.

Pirati devoti: il paradosso della fede
Uno degli aspetti più sorprendenti e meno raccontati della pirateria è il rapporto, tutt’altro che superficiale, tra i pirati e la cura della propria anima. È un paradosso che gli storici osservano con costanza: molti tra i predoni più efferati sembravano convinti, nonostante i crimini commessi, di poter contare su una qualche forma di salvezza al momento della morte, e questa preoccupazione si traduceva in comportamenti sorprendenti a bordo delle loro navi.
Il caso più noto è quello di Bartholomew Roberts, il pirata gallese detto “Black Bart”, tra i corsari più temuti e di maggior successo dell’età dell’oro della pirateria (1700-1725 circa). Roberts portava sempre al collo una croce tempestata di diamanti, sottratta secondo le fonti a una nave portoghese, e impose all’equipaggio un codice di condotta rigido: vietati il gioco d’azzardo e la presenza di donne a bordo, duelli severamente limitati. Le fonti raccontano che pretendesse anche un cappellano per le esigenze spirituali della ciurma. Nel 1721, dopo aver catturato un ecclesiastico in Guinea, tentò con insistenza di convincerlo a restare a bordo, ma il prelato declinò e se ne andò libero con tutti i suoi averi.
Una preoccupazione analoga viene attribuita a un certo capitano Daniel, corsaro francese noto soprattutto dalle cronache secentesche sui bucanieri dei Caraibi. Privo di un cappellano, avrebbe fatto arrestare un prete per costringerlo a celebrare messa e, durante la funzione, avrebbe ucciso un marinaio del proprio equipaggio colpevole di una grave bestemmia. Sebbene questi aneddoti provengono da cronache spesso scritte più per intrattenere che per documentare, restano un indizio prezioso di come la religiosità, lungi dall’essere incompatibile con la vita piratesca, ne facesse talvolta parte in modo strutturale, per quanto contraddittorio possa sembrare a un osservatore moderno.

Libertalia: l’utopia dei pirati che forse non è mai esistita
Se c’è un episodio che più di ogni altro racconta quanto la storia della pirateria sia già di per sé un terreno di confine tra fatto e leggenda, è quello della cosiddetta Libertalia: una colonia pirata fondata dal capitano James Misson sulle coste settentrionali del Madagascar verso la fine del Seicento. Secondo questa leggenda, Misson e il suo equipaggio — ispirati dalle idee di un ex prete francese di nome Caraccioli, imbarcatosi con loro — avrebbero fondato una comunità egualitaria e democratica, basata sull’abolizione della proprietà privata, sul rifiuto delle nazionalità d’origine (i membri della colonia si sarebbero definiti “Liberi”, indipendentemente dal fatto di essere inglesi, francesi, olandesi o africani) e persino sulla creazione di una lingua comune, un ibrido tra le lingue europee e quelle malgasce parlate sull’isola.
La storia di Libertalia poggia su basi storiografiche estremamente fragili. L’unica fonte è la Storia generale dei più notori pirati (1726), firmata con lo pseudonimo “capitano Charles Johnson”, che secondo molti studiosi nasconderebbe Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe. Nessun documento indipendente conferma l’esistenza di Misson o della sua colonia, e molti storici ritengono che il racconto sia un’invenzione letteraria, usata per veicolare idee politiche progressiste che sarebbero state pericolose per un suddito britannico dell’epoca. Anche la cronologia va presa con cautela. Se Libertalia nacque negli anni Novanta del Seicento, dalla Rivoluzione francese ci separa quasi un secolo, non i “cinquant’anni” spesso citati dalla vulgata popolare. Eppure, vera o inventata, Libertalia resta un tassello fondamentale per capire il fascino della pirateria. Una comunità di fuorilegge, sottratta a ogni autorità, diventa nell’immaginario lo spazio ideale in cui sperimentare forme di organizzazione sociale alternative, all’insegna di libertà, uguaglianza e fraternità.
Perché i pirati e non, per esempio, i briganti di terra?
È a questo punto che vale la pena affrontare direttamente la domanda che dà il titolo a questo articolo. Perché il pirata, e non altre figure di fuorilegge storicamente altrettanto diffuse — il bandito di montagna, il ladro di strada, il contrabbandiere di terraferma — ha generato un mito così duraturo e trasversale, capace di attraversare secoli e culture diversissime tra loro?
Una prima risposta ha a che fare con lo spazio in cui il pirata agisce. Il mare aperto, prima dell’avvento delle comunicazioni moderne, era uno spazio sostanzialmente senza legge, dove l’autorità degli stati costieri si dissolveva rapidamente oltre l’orizzonte visibile dalla riva. Il brigante di montagna, per quanto sfuggente, restava comunque inserito in un territorio nominalmente sotto sovranità statale. Il pirata, una volta al largo, si muoveva in uno spazio che apparteneva, di fatto, a chiunque fosse in grado di controllarlo con la forza. È uno scenario che si presta perfettamente a diventare il palcoscenico ideale per raccontare storie di autodeterminazione radicale — nel bene, come nel caso (vero o presunto) di Libertalia, e nel male, come nella violenza quotidiana delle razzie.

Una seconda risposta riguarda la natura stessa del mestiere, che abbiamo già visto essere tutt’altro che monolitica: comandare, navigare, combattere, amministrare un equipaggio, negoziare un mercato per il bottino. Sono competenze che raramente si trovano riunite in una sola persona. E che quando lo sono producono inevitabilmente figure fuori dal comune, capaci di calamitare l’attenzione anche di chi, moralmente, ne condanna senza appello le azioni.
Un mito che sopravvive alla propria epoca
C’è un’ultima considerazione che vale la pena fare, tornando alla domanda di partenza. La pirateria, nei suoi periodi di massimo splendore — pensiamo all’età d’oro caraibica tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento — occupò indubbiamente un posto centrale nella cronaca e nella politica del proprio tempo. Ma è forse ancora più significativo notare come questo fascino non sia affatto scomparso con la fine storica del fenomeno, represso dalle marine militari delle grandi potenze europee tra Sette e Ottocento. Al contrario, proprio nei decenni del suo declino definitivo come minaccia concreta al commercio marittimo, la figura del pirata ha conosciuto la sua trasfigurazione più duratura: da criminale temuto e cacciato a protagonista letterario, capace di incarnare — a seconda delle epoche e delle sensibilità — l’avventuriero senza patria, il ribelle contro l’ordine costituito, o persino, come nel caso di Libertalia, il sognatore di un mondo più giusto.
È forse proprio questa capacità di trasformarsi, di adattarsi a narrazioni sempre diverse pur restando riconoscibile nei suoi tratti essenziali — la nave, il bottino, l’insegna nera, la libertà dal giogo di ogni autorità terrena — a spiegare perché il pirata, tra tutti i fuorilegge della storia, sia quello che meno ha bisogno di essere reinventato per continuare ad affascinarci.
Miti da sfatare e domande frequenti sulla pirateria storica
I pirati erano tutti privi di regole, come vuole lo stereotipo del “si salvi chi può”? No, ed è forse il mito più diffuso da sfatare. Il codice redatto da Bartholomew Roberts intorno al 1720 — undici articoli sottoscritti dall’intero equipaggio — regolamentava con precisione la spartizione del bottino, il diritto di voto su questioni collettive, i limiti al gioco d’azzardo e ai duelli, e le pene severissime per i disertori e per chi avesse rubato dal bottino comune. Comandare centinaia di uomini su più navi, come faceva effettivamente Roberts al culmine della sua carriera, sarebbe stato impossibile senza un impianto normativo condiviso.
Libertalia è realmente esistita? La risposta onesta è: non lo sappiamo, e la maggioranza degli storici propende per il no, o quantomeno per un forte scetticismo. L’unica fonte disponibile è un’opera letteraria di attribuzione incerta, priva di riscontri documentari indipendenti. Resta un mito storiografico affascinante, ma va trattato come tale.
La pirateria era un fenomeno esclusivamente europeo o atlantico? Assolutamente no. Il fenomeno ha attraversato praticamente ogni mare navigato dall’uomo: dal Mediterraneo antico e medievale alle coste della Cina (con il fenomeno dei wokou), dall’arcipelago malese e le coste del Borneo. Dove operò, tra gli altri, proprio l’ammiraglio Keppel citato in apertura — fino, in epoca contemporanea, alle acque della Somalia. Ovunque esistesse un commercio marittimo redditizio e una costa capace di offrire nascondigli, la pirateria ha trovato terreno fertile.
approfondimenti
- Treccani, Pirateria, Enciclopedia Italiana — per un inquadramento storico-giuridico del fenomeno dalla antichità all’età contemporanea.
- Atlas Obscura, Did the Utopian Pirate Nation of Libertatia Ever Really Exist? — atlasobscura.com, ricostruzione accurata del dibattito storiografico sull’autenticità di Libertalia.
- Cindy Vallar, Pirates & Privateers: Captain Misson & Libertalia — cindyvallar.com, analisi filologica delle fonti su Misson e la sua presunta colonia.
Libri consigliati
- David Graeber, L’utopia pirata di Libertalia (Eleuthera). Un saggio dell’antropologo americano che affronta il mito di Libertalia da una prospettiva insieme storica e politica
- Daniel Defoe (attr.), Vite di pirati (edizione italiana della General History of the Pyrates). La fonte primaria (per quanto di attendibilità storiografica discussa) da cui discendono gran parte delle leggende piratesche moderne, Libertalia compresa.
- Anna Spinelli, Tra l’inferno e il mare: breve storia economica e sociale della pirateria (Fernandel). Un’analisi che restituisce alla pirateria la sua dimensione economica e sociale, al di là del mito avventuroso.
- Peter Lehr, Pirati: una storia dai vichinghi alla Somalia. Per chi vuole seguire il filo rosso della pirateria attraverso i secoli e le culture, dal Mediterraneo antico ai giorni nostri.
- Philip Gosse, Storia della Pirateria (Odoya). Approfondimenti, personaggi, battaglie raccontati con rigore storico, basati su fonti coeve ma anche film e libri della storia piratesca.

