Sippar: il segreto della mappa babilonese più antica al mondo

Nel 1882 una piccola tavoletta d’argilla emerge dagli scavi di Sippar, in Iraq. Per oltre un secolo resta dimenticata nei depositi del British Museum. Nel 1995 un frammento ritrovato per caso svela la più antica mappa del mondo conosciuto e un indizio sul diluvio di Noè.

Nel 1882 l’archeologo Hormuzd Rassam porta alla luce, nella città irachena di Sippar, una tavoletta d’argilla grande quanto un palmo di mano. Finisce nei depositi del British Museum, uno dei tanti pezzi di un bottino di decine di migliaia di reperti. Per oltre un secolo nessuno le presta particolare attenzione. Poi, nel 1995, una scoperta casuale permette di decifrarla fino in fondo. Il risultato sorprende: è la più antica mappa del mondo conosciuto e custodisce un indizio sul mito universale del diluvio.

Mappa babilonese di Sippar, conservata al British Museum
Mappa babilonese di Sippar, conservata al British Museum

Il ritrovamento della tavoletta di Sippar

Ha le dimensioni di una carta di credito un po’ più spessa: appena 12,2 centimetri di altezza per 8,2 di larghezza. Scheggiata e incompleta, a prima vista sembra poco più di un frammento d’argilla bruciata. Eppure gli studiosi la considerano la più antica rappresentazione cartografica dell’intero mondo giunta fino a noi. Oggi il British Museum la conserva con il numero di catalogo BM 92687.

L’archeologo di origini assiro-irachene Hormuzd Rassam la scoprì nel 1882, durante gli scavi a Sippar. Quel sito si chiama oggi Abu Habba. Si trova sulla riva orientale dell’Eufrate, circa sessanta chilometri a nord dell’antica Babilonia. Rassam aveva già lavorato con il celebre archeologo britannico Austen Henry Layard negli scavi di Ninive. In quegli anni partecipava a una vera corsa all’acquisizione di reperti mesopotamici per il British Museum. Nel giro di pochi decenni il museo raccolse oltre centotrentamila tavolette cuneiformi dai siti dell’antico Iraq, la collezione più grande del mondo. In un flusso simile, una tavoletta di dodici centimetri poteva restare a lungo in secondo piano. Qualcuno tradusse il testo solo nel 1889, ma la comprensione piena arrivò più di un secolo dopo.

Hormuzd Rassam
L’archeologo di origini assiro-irachene Hormuzd Rassam la scoprì nel 1882

Come si legge una mappa vecchia 2.600 anni

Gli studiosi datano la tavoletta a un periodo compreso, a seconda delle stime, tra il IX e il VI secolo avanti Cristo. Probabilmente si tratta di una copia tarda di un originale ancora più antico. Il suo nome latino è Imago Mundi. Sul recto compare un disegno geometrico circolare. Un testo in lingua accadica, scritto in caratteri cuneiformi, occupa invece il retro e la parte alta del recto.

Due cerchi concentrici compongono il disegno. Lo spazio tra i due cerchi porta nel testo l’etichetta marratu. Significa “mare amaro” o “fiume amaro”. Era l’oceano cosmico che, nella cosmologia mesopotamica, avvolgeva tutto il mondo abitato. Dentro il cerchio più piccolo, un rettangolo attraversato da due linee parallele rappresenta Babilonia. L’Eufrate la taglia a metà. Intorno, secondo le ricostruzioni più diffuse, alcuni piccoli cerchi indicano altre città e regioni del regno. Tra queste figurano probabilmente l’Assiria e l’Urartu, che corrisponde all’Ararat biblico.

Dal bordo esterno del “mare amaro” si protendono alcuni triangoli. Il testo li chiama nagû, parola che si può rendere approssimativamente come “regione remota” o “isola”. In origine i triangoli erano probabilmente sette o otto, disposti a raggiera come i petali di una stella. Al momento del ritrovamento ne sopravvivevano fisicamente soltanto tre.

Terre dove il sole non si vede, e uccelli che non riescono a volare

Il testo accompagna il disegno tra il recto e il retro della tavoletta. Qui si trova la parte più affascinante, e per lungo tempo più oscura, dell’intero documento. Lo scriba descrive, regione per regione, le caratteristiche dei nagû remoti. Mescola geografia immaginata e mitologia. Ricorda da vicino le diciture hic sunt dracones delle mappe medievali europee.

In una regione, un uccello alato non riesce a completare la traversata in volo. Un’altra brilla di una luce più intensa di quella del crepuscolo o delle stelle. Una terza, collocata secondo la ricostruzione più diffusa nel settore settentrionale, vive nell’oscurità completa. Il testo la descrive come una terra «dove non si vede nulla» e «il sole non è visibile». Alcuni studiosi leggono in questo dettaglio un’eco indiretta delle notti polari delle alte latitudini.

Altre regioni ospitano creature straordinarie. Tra queste compare un bue cornuto, pronto ad attaccare chiunque si avvicini. In una regione c’è anche una misteriosa “Grande Muraglia”, decisiva per capire l’intera tavoletta. Alla fine il testo sembra consapevole dei propri limiti. Ammette che esistono altre regioni, che «si estendono all’infinito» e che nessuno può comprendere fino in fondo. Paradossalmente, questa ammissione di incompletezza rende il documento ancora più moderno nella sua onestà intellettuale.

Planisfero Hereford
Il planisfero di Hereford, la più grande carta medievale conosciuta

Il frammento di Sippar ritrovato per caso

Per gran parte del Novecento gli studiosi si scontrarono con un problema pratico. Sull’oggetto sopravvivevano fisicamente soltanto tre dei triangoli originari. Per questo risultava quasi impossibile collegare con precisione le descrizioni del testo alle regioni disegnate sulla mappa.

La svolta arrivò a metà degli anni Novanta, in circostanze che sanno di colpo di fortuna più che di scoperta programmata. Edith Horsley frequentava i corsi serali di Irving Finkel, curatore responsabile delle tavolette cuneiformi del British Museum. Allo stesso tempo faceva la volontaria nei depositi del museo. Si imbatté in un piccolo frammento d’argilla che le parve familiare. Lo mise da parte e lo segnalò a Finkel. Lui riconobbe subito che il pezzo si incastrava in uno dei vuoti della tavoletta. Si trattava di un quarto triangolo, che il testo identificava con la “Grande Muraglia”.

Quel frammento si rivelò una vera chiave di volta. Permise di stabilire a quale blocco di testo, sul retro, corrispondesse il triangolo. Di conseguenza, gli studiosi riordinarono correttamente anche le descrizioni delle altre regioni. Da questo lavoro emerse un dettaglio straordinario. Finkel l’ha poi reso pubblico in conferenze, in un video del British Museum e in alcune interviste.

Irving Finkel
Irving Finkel, curatore responsabile delle tavolette cuneiformi del British Museum

La pista che porta a Noè

Oltre la “Grande Muraglia”, secondo il testo, si trova una montagna. Qui sarebbe approdata, dopo il diluvio universale, l’imbarcazione dell’eroe Utnapishtim. Questo eroe corrisponde al biblico Noè ed è il protagonista del diluvio nell’Epopea di Gilgamesh. Accanto alla montagna compare il nome Urartu. Corrisponde alla forma accadica dell’ebraico “Ararat”, il monte su cui, secondo il libro della Genesi, si arenò l’arca di Noè.

Finkel ha commentato così il parallelo. «È una cosa piuttosto succosa a cui pensare, perché mostra che la storia era la stessa, e che naturalmente l’una ha portato all’altra». Il suo commento richiama una tesi che la maggior parte degli specialisti di Vicino Oriente antico condivide. Secondo questa tesi, il racconto biblico del diluvio attinse, con modifiche e discontinuità significative, a un più antico patrimonio narrativo mesopotamico.

Una precisazione cronologica: questa connessione non nasce nel 2024, come alcuni articoli di stampa generalista hanno lasciato intendere. Prosegue invece il lavoro di decifrazione che Finkel e Horsley avviarono negli anni Novanta. Il grande pubblico l’ha riscoperta grazie a un video del canale YouTube del British Museum.

La tavoletta del diluvio, British Museum
La tavoletta del diluvio, British Museum

Un dibattito ancora aperto: la mappa di Sippar è davvero “ideologica”?

Come in altri casi di questa serie, anche l’interpretazione della mappa di Sippar ha le sue voci fuori dal coro. La lettura diffusa nella manualistica vede nella tavoletta un’immagine idealizzata e ideologica del cosmo. Babilonia, in questa visione, occupa il centro assoluto e privilegiato del mondo conosciuto.

Nel 2017 l’assiriologo Paul Delnero, della Johns Hopkins University, ha messo in discussione questa lettura. Lo ha fatto in un saggio sulla rivista specializzata Journal of Ancient Near Eastern History. Per Delnero, l’insistenza sulle dicotomie tra centro e periferia, tra mito e realtà, ha oscurato aspetti cruciali della tavoletta. L’assiriologo propone di leggerla come una rappresentazione dinamica, non come un’immagine statica e celebrativa del potere babilonese. A suo avviso, la mappa mette in comunicazione il passato e il presente mesopotamico, i paesaggi reali e quelli mitologici. Nessuno aveva esplorato prima questo aspetto. Il dibattito resta vivo tra gli specialisti. Vale la pena segnalarlo per evitare di presentare una lettura consolidata come l’unica possibile.

Tavoletta di Nippur
Tavoletta cuneiforme babilonese recante la mappa di Nippur

Miti da sfatare e domande frequenti

È vero che questa è “la prima mappa della storia”? No, ed è importante essere precisi. Si tratta della più antica mappa del mondo conosciuto nel suo complesso giunta fino a noi, non della più antica in assoluto. Come vedremo nel prossimo capitolo, dedicato ai contributi di Sumeri e Babilonesi alla cartografia, esistono mappe mesopotamiche più antiche. Tra queste ci sono quella della città di Nippur e quella di un appezzamento di terreno trovata vicino a Kirkuk. Rappresentano però porzioni di territorio molto più circoscritte, non l’intero mondo.

Il collegamento con l’Arca di Noè significa che il racconto biblico “copia” quello babilonese? La questione è più complessa di un semplice rapporto di copiatura. Gli studiosi concordano in genere su un punto. Le narrazioni bibliche del diluvio condividono una matrice mesopotamica con il racconto di Utnapishtim nell’Epopea di Gilgamesh. Modo, tempi e ragioni di questa relazione restano però oggetto di un dibattito accademico specialistico. Quel dibattito va ben oltre lo scopo di questo articolo.

Tutti gli studiosi concordano sull’interpretazione “classica” della mappa come glorificazione ideologica di Babilonia? No. Nel suo saggio del 2017, Paul Delnero propone una lettura alternativa. Questa lettura guarda alla dimensione dinamica e narrativa dell’oggetto, più che alla sua sola funzione di propaganda politica.

Sippar: un’argilla che racconta i confini dell’immaginazione babilonese

La storia della tavoletta di Sippar va dal bottino di scavo di Hormuzd Rassam al lavoro paziente di Irving Finkel ed Edith Horsley. Racconta anche come si costruisce, pezzo dopo pezzo, la conoscenza storica. Un frammento trovato per caso in un deposito può bastare a riscrivere l’interpretazione di un intero documento.

Soprattutto, la tavoletta testimonia come i Babilonesi vedessero se stessi e il proprio posto nell’universo. Babilonia era una città-mondo, circondata da un oceano cosmico. Oltre quell’oceano si estendevano terre di luce accecante, di oscurità perenne, di uccelli incapaci di volare fino in fondo. Più lontano ancora giacevano i resti di un’imbarcazione sopravvissuta a un diluvio. Quel diluvio avrebbe attraversato, in forme diverse, quasi tutte le culture del Vicino Oriente antico. Una mappa, dunque, le cui radici tecniche affondano in una tradizione di misurazione dello spazio che i Sumeri avevano inaugurato secoli prima. Ne parleremo nel prossimo episodio di questa serie.

Per approfondire

Libri consigliati

  • Jean Bottéro, Mesopotamia. La scrittura, la mentalità e gli dei (Einaudi, 1991) — un classico della divulgazione assiriologica, scritto da uno dei massimi specialisti mondiali di civiltà mesopotamica, utile per capire la mentalità che sta dietro a documenti come la mappa di Sippar.
  • Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia (Laterza) — il manuale di riferimento in italiano per chi vuole inquadrare la civiltà babilonese, e la sua cartografia, in un panorama storico completo del Vicino Oriente antico.
  • N. K. Sandars (a cura di), L’epopea di Gilgamesh (Adelphi, Piccola Biblioteca Adelphi) — il testo che racconta la vicenda di Utnapishtim e del diluvio universale a cui fa riferimento la tavoletta di Sippar: la lettura ideale per approfondire il mito a cui la mappa allude.

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